Felice di Morire per Rinascere La storia di Laura Perinelli

FELICE DI MORIRE PER RINASCERE

(Dedicato a Salvo Mandarà)

 

A Laura, alla sua forza, alla sua rinascita.
A chi crede che la vita sia sempre occasione di trasformazione.

Capitolo 1 – Roma 2014: Il mal di vivere

Capitolo 2 – Il ritorno dopo 25 anni

Capitolo 3 – La partenza per le Canarie

Capitolo 4 – La diagnosi

Capitolo 5 – La decisione di Laura

Capitolo 6 – La terapia Gerson

Capitolo 7 – Il ritorno in Italia

Capitolo 8 – Il sogno nel bosco

Capitolo 9 – Casa nostra, finalmente

Epilogo – Cosa ho impara

Prefazione

Questo libro è una testimonianza di amore, sofferenza e rinascita. Non è un manuale medico, ma il racconto vivo di un percorso reale, un invito a riflettere, sperare e trasformarsi.

Capitolo 1 – Roma 2014: Il mal di vivere

Roma, inizi 2014. Laura soffre di un malessere indefinito, il cosiddetto ‘mal di vivere’. Sogna di trasferirsi all’estero. Io, legato a impegni, rimando. Ma la nostra storia, iniziata anni prima, è destinata a riaccendersi…

Capitolo 2 – Il ritorno dopo 25 anni

Dopo più di vent’anni ci ritrovammo su Facebook. Timide parole, poi l’incontro. Eravamo entrambi impegnati, ma dieci giorni dopo i nostri cuori tornarono all’unisono. Decidemmo di vivere insieme, contro tutto e tutti.

Capitolo 3 – La partenza per le Canarie

Tra peripezie e cambiamenti, partimmo verso Lanzarote. Un sogno che pareva diventare realtà: casa, scuola per le figlie, progetto lavorativo. Ma i primi sintomi di Laura si fecero più intensi…

Capitolo 4 – La diagnosi

Il 4 luglio la crisi respiratoria. Ricovero, attese, disperazione. Il verdetto: linfoma non-Hodgkin mediastinico, aggressivo. La chemio come unica via, ma la prospettiva di pochi mesi senza cura.

Capitolo 5 – La decisione di Laura

La chemio devastò il corpo di Laura. Ustioni, debolezza, sofferenza. Lei decise: mai più. Cercò una via alternativa. Incontrammo la terapia Gerson: succhi, clisteri di caffè, meditazione. Un nuovo cammino iniziava.

Capitolo 6 – La terapia Gerson

Laura si immerse anima e corpo: alimentazione vegana, digiuni, spiritualità. Sorprendentemente migliorava, tornando a camminare, a sorridere. Il buddismo le diede sostegno, così come meditazioni e pratiche interiori.

Capitolo 7 – Il ritorno in Italia

Dopo quasi due anni tornammo in Italia. Laura aprì la casa alla pratica, organizzò conferenze, sostenne malati. Ma anche qui incomprensioni, sacrifici e delusioni. Nonostante tutto, la sua determinazione cresceva.

Capitolo 8 – Il sogno nel bosco

A Subiaco iniziammo un progetto in un bosco. Ospiti, conferenze, camminate. Il clima e i contrasti ci spinsero a lasciarlo. Ma l’esperienza fu preziosa. Capimmo che volevamo una casa tutta nostra.

Capitolo 9 – Casa nostra, finalmente

La villa di Velletri divenne la nostra base. Spazi accoglienti, ospiti, amicizie. Laura insegnava digiuno, yoga, meditazioni. Io studiai igienismo con Valdo Vaccaro. Laura rifioriva, corpo, mente e spirito uniti.

Epilogo – Cosa ho imparato

La guarigione non è un miracolo ma l’unione di fattori: alimentazione, volontà, spiritualità, disciplina. Siamo ciò che mangiamo, pensiamo e facciamo. Il messaggio: oltre la medicina ufficiale, c’è altro. Un cammino più sano e autentico.

Nota Importante

Questo libro è una testimonianza personale e non sostituisce in alcun modo cure mediche, diagnosi o trattamenti professionali. Ogni scelta in ambito di salute deve essere presa in accordo con medici e professionisti qualificati.

Roma, inizi del 2014

Da qualche mese Laura viveva un malessere indefinito. Un lamento sottile, quasi costante, accompagnava le sue giornate: non era un dolore fisico preciso, ma piuttosto un’insofferenza profonda verso la vita in questo Paese, che per lei era ormai diventato invivibile. Troppo stress, troppe persone negative, troppa cattiveria. Un peso che non riusciva più a sopportare.

Si potrebbe definire così, senza mezzi termini: stava soffrendo del famigerato mal di vivere.

L’idea di trasferirsi altrove, in un paese più caldo, lontano da tutto e da tutti, era diventata un chiodo fisso. Io, invece, prendevo tempo. Avevo impegni, come molti. Responsabilità che mi impedivano di affrontare subito un passo così radicale. E poi, decisioni simili andrebbero programmate, ponderate… almeno così mi ripetevo.

Laura, però, era il mio sano amore.

Quando ci siamo conosciuti, nell’89, lei frequentava l’ultimo anno delle superiori. Era cinque anni più giovane di me. Una ragazza bellissima, allora come oggi: curve armoniose, un sorriso malizioso che scaldava il cuore, e uno sguardo maturo, forse temprato dalle difficoltà familiari che aveva già dovuto affrontare.

Già dall’inizio ci univa un affiatamento raro, quasi magico. Forse perché anch’io portavo con me i miei trambusti, le mie ombre. Non avevamo bisogno di nessuno per stare bene. Ci bastavamo.

Quando ci trovavamo a una cena, o in compagnia di amici, e qualcosa non ci piaceva, bastava uno sguardo complice: con una scusa ci allontanavamo e finivamo per trascorrere il resto del tempo solo noi due, in armonia.

Vi chiederete: com’è possibile che una storia così finisca?

Ebbene, finì.

Come tante storie d’amore, non per un motivo soltanto ma per una serie di circostanze che si intrecciarono. Eravamo giovani, forse troppo.

Lei sentiva il bisogno di dare concretezza al nostro rapporto, di compiere un passo più deciso. Io, invece, lavoravo, avevo qualche soldo in tasca, una macchina nuova, e tutta la superficialità dei miei vent’anni. Non ero pronto. Non avevo la maturità per assumermi quella responsabilità.

Così, la nostra storia terminò. Non ci furono scenate, ripicche o colpi bassi. Ci fu, piuttosto, un grande dolore, una sofferta decisione, ma presa con rispetto e affetto reciproco. Non era ancora il nostro momento. Tutto qui.

E così, ognuno di noi prese la propria strada. Allora eravamo inconsapevoli che quel legame, in realtà, non si sarebbe mai esaurito.

Non voglio annoiarvi con i dettagli: ognuno si sposò, divorziò, visse le proprie esperienze. Ma in me, il pensiero di Laura rimaneva sempre acceso, come una piccola fiammella che non si spegne mai.

E dopo più di vent’anni, accadde: ci ritrovammo. O meglio, fui io a ritrovarla… su Facebook.

Sì, signore e signori: ci vollero ancora tre anni di ridicoli, timidi saluti adolescenziali prima che trovassi il coraggio di proporle un incontro. Una scusa banale, quasi ridicola, legata a un lavoro. Probabilmente a lei non interessava nemmeno, ma quella scusa fu la chiave che aprì la porta.

All’epoca eravamo entrambi impegnati sentimentalmente, ma appena dieci giorni dopo quel primo appuntamento accadde qualcosa di incredibile: i mari si separarono, i cieli si squarciarono, e i nostri cuori tornarono a battere all’unisono.

Andammo a vivere insieme. Di nuovo insieme, dopo circa venticinque anni, contro tutto e tutti. Perché da quel momento sembrò che un’entità misteriosa volesse metterci alla prova: ci accadde di tutto, fino a sfiorare persino la morte.

Laura continuava a parlare di trasferirsi, e guarda caso, poco dopo arrivò l’occasione giusta. Una sua amica ci propose di aiutarla in alcuni affari alle Canarie.

Il fato volle che anche per me le cose stessero cambiando: iniziarono difficoltà al lavoro e in famiglia, intrecciate in un nodo che sembrava impossibile da sciogliere.

Laura, già da tempo, aveva intrapreso un percorso spirituale. Era solo agli inizi, ma, come in tutto ciò che faceva, bruciava le tappe con passione e intensità. Io, al suo fianco, cercavo di comprendere quel cammino. E, sorprendentemente, alcune cose mi risuonavano dentro, come se le avessi sempre sapute.

Con mio padre, per esempio, avevo sempre avuto un rapporto complesso: fatto di amore e conflitto. Quando le discussioni familiari si fecero sempre più accese, qualcosa in me scattò. Una voce interiore mi disse chiaramente che non avrei più preso parte a quella dinamica, a costo di tutto.

Così iniziammo a programmare il trasferimento alle Canarie. Prima di tutto volevamo visitare le isole, perché leggere i blog non basta: lì trovi tutto e il contrario di tutto. E poi, la scelta di un luogo in cui vivere non può mai essere lasciata al caso.

Vi ricordate l’amica di Laura? Ci invitò ad accompagnarla in uno dei suoi viaggi di lavoro. Fu così che, per la prima volta, partimmo insieme per una settimana di esplorazione alle Canarie.

In quel periodo Laura già lavorava da casa, sul web, mentre io avevo lasciato il lavoro e vivevo con una piccola somma mensile derivata dalla liquidazione.

Da quando ci eravamo ritrovati, la vita non fu affatto semplice. Passammo attraverso tante peripezie, ma le affrontammo una dopo l’altra, forti del nostro antico e ritrovato amore incondizionato.

Dopo vari traslochi – che per noi sarebbero diventati quasi una consuetudine – trovammo finalmente un appartamento in affitto. Era comodo, con un bel salone, una grande vetrata e una discreta vista panoramica: davanti, una schiera di palazzi, ma sulla destra, in lontananza, si intravedevano montagne e un po’ di verde. Certo, se ti affacciavi dal balcone… meglio lasciar perdere. Ma ci vivevamo bene, e fu lì che iniziammo a progettare davvero il nostro nuovo modello di vita.

Laura, spinta dalla sua voglia di cambiamento, riuscì anche a vendere un piccolo appartamento che suo padre le aveva lasciato quando era venuto a mancare anni prima, a causa di un cancro. In realtà, parecchie persone della sua famiglia se ne erano andate per quella stessa malattia, subdola e spietata.

Con il ricavato, decise di fare un piccolo investimento immobiliare tramite alcuni amici “spirituali” – lasciamo stare i dettagli – così da garantirsi una rendita e affrontare questa nuova avventura con un po’ più di serenità, insieme a me e alle sue due figlie.

Già, non ve l’avevo ancora detto: Laura aveva due figlie, oggi splendide ragazze di 21 e 22 anni, che all’epoca erano due adolescenti entusiaste e bellissime. Per quanto mi riguardava, si incastravano perfettamente nella mia vita: io non avevo avuto figli dal mio precedente matrimonio, e accoglierle era naturale, quasi ovvio.

Partimmo dunque per le Canarie. Prima tappa: Fuerteventura. Un clima secco, piacevolmente caldo, davvero curativo come raccontavano sul web. Lì trovammo tanti italiani, ma anche inglesi e tedeschi.

Dopo qualche giorno, decidemmo di visitare Lanzarote. Prendemmo un traghetto e, man mano che ci avvicinavamo, scorgemmo dei piccoli paesi bianchi, raccolti a ridosso del porto. Case semplici, candide, disseminate qua e là: ci ricordarono subito la Grecia e la Sardegna, terre che amavamo entrambi. Fu uno di quei momenti rari e magici: i nostri sguardi si incrociarono e, senza bisogno di parole, decidemmo che quella sarebbe stata la nostra isola.

Non era la più grande dell’arcipelago, e in quanto a verde scarseggiava, essendo tra le più vulcaniche. Ma ci colpì. Ordinata, elegante, quasi “fighetta”, come dissero in molti. Per noi, semplicemente perfetta.

Tornammo a Roma. Laura era elettrizzata.

Nel frattempo, però, iniziò ad accusare strani fastidi alla gola: difficoltà a deglutire, problemi respiratori. Andammo dal mio medico di fiducia – amico di famiglia da oltre trent’anni – che diagnosticò una laringite e le prescrisse una settimana di antibiotici.

Con quella relativa serenità, continuammo a organizzare il trasferimento. Poco dopo tornammo a Lanzarote con l’amica di Laura, questa volta per un mese: dovevamo trovare una casa e una scuola per le ragazze, così da capire più a fondo i pro e i contro dell’isola.

Fu un colpo di fortuna: tramite una coppia italiana appena conosciuta, trovammo un appartamento fronte mare, con piscina condominiale, a un prezzo vantaggioso. Preso.

Anche la scuola per le ragazze era vicina, e le iscrizioni andarono a buon fine. Perfetto. Io, invece, iniziai a cercare un’idea di lavoro. Tenetevi forte: importare olio extravergine d’oliva italiano. Sì, l’idea ci fece sorridere, ma ci sembrava buona. Tutto stava filando liscio. L’universo era con noi.

Tornammo a Roma con immagini stupende nel cuore e una carica di entusiasmo che ci faceva volare.

Ma Laura non stava meglio. I problemi alla gola persistevano, così decidemmo di rivolgerci a un otorino privato. Lo specialista la visitò e ci consegnò il suo responso, estratto – sembra incredibile – quasi come da un bussolotto pieno di foglietti. Le opzioni erano due: disturbo psicosomatico, oppure nervi e stress emotivo.

Ci disse di stare tranquilli, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Per scrupolo, le prescrisse una nuova cura di antibiotici e cortisone.

Eppure, dentro di me, rimaneva quella voce inquieta. Forse perché avevo già sentito troppe volte quella frase: “stia tranquillo”.

 

Riconsegnammo la casa a Roma e sistemammo le ultime pratiche. Vendemmo la vecchia Volvo e decidemmo di partire con la nostra Yaris: piccola, certo, ma con un po’ di organizzazione riuscimmo a far entrare tutto, anche se stracolma.

Laura, in quel periodo, sembrava stare meglio. I farmaci facevano effetto… almeno in apparenza. Partì alcuni giorni prima di me, insieme a una nostra amica che conoscevamo dall’isola, proprietaria di un ristorante. Io, invece, presi l’aereo. Arrivammo lo stesso giorno: io al mattino, lei la sera.

Era l’inizio di giugno. Ci sistemammo subito in casa, pronti ad accogliere le ragazze che ci avrebbero raggiunto a breve. Laura, convinta da tempo dell’importanza di limitare i farmaci, decise di sospendere le cure. Sembrava serena, e ci godemmo l’isola.

Ma dopo due settimane i malesseri tornarono. Andammo più volte al pronto soccorso: ci rassicurarono, come a Roma. Io stesso iniziai a pensare che potesse trattarsi di psicosomatica. Ero pronto a crederlo. Ma non era così.

La notte del 4 luglio Laura si svegliò piangendo, terrorizzata: non riusciva a respirare. La portai d’urgenza in ospedale. Non capivano cosa avesse e non c’era posto per un ricovero. In lontananza scorsi un medico parlare in italiano: corsi da lui, disperato. Si chiamava David, era da poco arrivato in quell’ospedale. Fu il nostro angelo. Dopo averla visitata, si arrabbiò con le infermiere per la superficialità con cui avevano trattato il caso: a suo dire, si vedeva a occhio nudo che Laura stava molto male.

Mi prese da parte: «La ricovero subito, in qualunque reparto. Non posso fare di più, rischio il posto già così». Lo ringraziai con tutto il cuore. Non era stato un incontro casuale, lo avrei capito più avanti.

Fu l’inizio del calvario.

Le analisi si susseguirono: ecografie, TAC, visite. Laura non riusciva a dormire: appena chiudeva gli occhi, si svegliava di soprassalto, soffocata. Passavo le notti a cercare di sostenerla con cuscini, abbracciandola perché riuscisse a riposare almeno seduta. Pregavo in macchina, nei tragitti fra casa e ospedale, pregavo sempre.

Poi comparve un gonfiore al collo, grande come una palla da biliardo. Decisero di fare una biopsia.

Un mattino, appena arrivato in ospedale, il medico mi chiamò in ufficio: «È un linfoma. Molto aggressivo. Sta comprimendo torace, esofago e bronchi. Con la chemioterapia può salvarsi. Senza, le restano tre o quattro mesi».

Mi crollò il mondo addosso. Come dirlo a lei? Alle ragazze? Per tre giorni recitai una parte, fingendo normalità. Poi chiesi al medico di parlarne lui direttamente a Laura. Io le sarei stato accanto, cercando di trasmettere fiducia.

Chiamai mia madre per chiedere aiuto. Non poteva venire: mio padre stava male. Mi sentii solo, ma decisi di diventare un robot, concentrandomi solo sul necessario. Ero esausto, ma non potevo mollare.

Dopo giorni di attese, la mia rabbia esplose. Telefonai al console italiano a Gran Canaria: «Se non ci aiutate, devasto l’ospedale». Mi richiamò poco dopo: avrebbe mandato una persona di fiducia.

Arrivarono in due: un ex politico e la moglie cubana, Olga, sopravvissuta a un tumore. Ci parvero due angeli. Si mossero subito: Laura fu trasferita in aereo all’ospedale Negrín di Gran Canaria, uno dei migliori in Spagna.

La seguii poco dopo, lasciando le ragazze da sole a Lanzarote: una scelta dolorosa, ma necessaria. Arrivai con il cuore in gola, la trovai sorridente nonostante tutto, già in sintonia con una vicina di letto spagnola che sarebbe diventata un punto di forza per lei.

Le fecero una biopsia chirurgica, poi un’altra con ago aspirato e perfino una al midollo. Intanto aumentavano i farmaci: cortisone per respirare, antistaminici, anticoagulanti, calmanti. Le vene non reggevano più, misero un catetere che si infettò. Arrivarono anche infezioni urinarie.

Erano giorni tremendi. Eppure Laura, tranne rari momenti di cedimento, trovava sempre la forza di sorridere e persino di confortare gli altri malati. Io mi aggrappavo a questo suo spirito.

Una donna, Ana, e la sua famiglia adottarono Laura come una figlia. Ci sostenevano in tutto. Io, ogni giorno, cercavo frutti freschi per lei, frutti rossi, esotici, ricchi di antiossidanti. Era il minimo che potessi fare.

Intanto iniziai a farmi domande: perché negli ospedali oncologici il protocollo prevede dieta senza proteine animali, ma una volta fuori nessuno dice nulla? Perché tanto disinteresse? Era l’inizio di un risveglio in me, che avrebbe cambiato per sempre il mio rapporto con il cibo e con la vita.

Come se non bastasse, arrivò un’altra batosta: l’investimento fatto prima di partire si rivelò una truffa. Niente rendita, niente appoggio economico. E intanto le spese aumentavano. Laura intubata, io disperato, le ragazze da sole. Non servono parole.

Finalmente arrivò la diagnosi precisa: linfoma non-Hodgkin maligno, ad alto accrescimento, dodici per nove per sei centimetri.

Era il 30 luglio. Ci dissero che presto saremmo tornati a Lanzarote: Laura avrebbe iniziato lì la chemioterapia, sotto la loro supervisione.

Partimmo l’8 agosto. Lei era molto debilitata, sulla sedia a rotelle. Ma tornare a casa, riabbracciare le ragazze, sembrava già una vittoria.

La scelta

Tornati a Lanzarote, Laura passò sei giorni di day hospital per gli ultimi accertamenti. La chemioterapia fu fissata dal 18 al 24 agosto. Entrò in ospedale controvoglia ma con la speranza che, come la volta precedente, sarebbe stata tollerabile. Non lo fu.

Finito il ciclo, la riportai a casa. La mattina seguente il suo corpo era irriconoscibile: ustioni diffuse, lingua gonfia, bocca piena di afte e candida. La zona genitale, indescrivibile. Cercavo di reggere la scena, di aggrapparmi a ogni appiglio immaginario, ma dentro ero terrorizzato. Lei era esausta: per andare in bagno, a tre metri dal letto, dovevo prenderla in braccio.

Fu lì che, offuscata ma determinata, prese la decisione che cambiò tutto: «Non farò mai più la chemio. Cercherò una strada alternativa. Altrimenti me ne andrò in poco tempo». Non era un’idea estemporanea: era un pensiero che le abitava dentro da tempo.

Nel pomeriggio uscii a camminare per scaricare la tensione. Ero un’ombra: chi mi incontrava si preoccupava per la mia magrezza e la faccia tirata. Un amico mi cercava: «Devi conoscere una persona che può aiutarvi». Arrivò poco dopo: un ragazzo trasferito sull’isola con la famiglia, la cui madre, anni prima, aveva affrontato un tumore cerebrale. Non si erano arresi; avevano cercato strade diverse.

Lo portai subito da Laura. In mezz’ora, con una bimba per mano, ci spiegò a grandi linee un protocollo, lasciandoci anche un estrattore. Laura mi guardò: «Mi risuona. Scelgo questa via». Io ero ormai in modalità soldatino: qualunque fosse stata la sua scelta, l’avrei sostenuta.

Cominciammo con la Terapia Gerson (racconto qui ciò che abbiamo fatto noi, senza pretendere che valga per altri): per mesi solo succhi estratti — una decina al giorno, soprattutto carota e mela — e più clisteri di caffè quotidiani. Quasi senza internet, Laura seguì alla lettera le poche istruzioni ricevute. In parallelo, grazie a un’altra amicizia, iniziò meditazioni guidate (Roy Martina) e ipnosi di guarigione; poi, per una serie di coincidenze tutt’altro che casuali, abbracciò il buddismo.

Da “mezza morta” a vulcano in eruzione: azioni, disciplina, pratica, ogni giorno. Riuscimmo a far arrivare ascorbato di potassio con ribosio, e per qualche mese seguì punture di Epargriseovit e TAD 600 (glutatione) su indicazione della Fondazione Pantellini, che Laura aveva contattato già dall’ospedale. Un giorno, durante una meditazione, si voltò e mi disse: «Tranquillo, Amore. Ho capito perché mi sono ammalata. In sei mesi distruggerò questa malattia». Mi attraversarono brividi e palpitazioni. Eppure, giorno dopo giorno, i miglioramenti erano concreti.

Dopo circa venti giorni, un’amica la convinse a scendere sotto casa. La seguii di nascosto. Vederla, appoggiata al braccio dell’amica, avanzare piano sul lungomare con piccole soste fu un’emozione enorme. Quasi subito, per proteggerla, cambiammo tutti alimentazione: da onnivora a quasi vegana. Io, per starle vicino, presi un lavoro da lavapiatti in un ristorante italiano poco lontano. All’inizio cedevo alle tentazioni del bancone, ma il corpo reagiva male. Col tempo, gli “sgarri” si diradarono fino quasi a sparire.

Laura migliorava a vista d’occhio. Andava in spiaggia, faceva brevi bagni, non copriva più la testa rasata. La sua fierezza era tale che nessuno, guardandola, pensava alla malattia: non suscitava pietà, ma rispetto.

Intanto si dedicava anima e corpo alla pratica spirituale. In pochi mesi divenne un punto di riferimento per molti praticanti dell’isola. Io beneficiavo della pratica, a fasi alterne; lei, con una forza di volontà ferrea, teneva il ritmo.

Passò un anno. Decidemmo di rientrare in Italia, nonostante le risorse scarse. Vendemmo l’auto, convincemmo i miei a ospitarci provvisoriamente (non senza frizioni), poi, dopo qualche settimana, trovammo un appartamento in affitto fuori Roma, immerso nel verde che tanto ci era mancato sull’isola.

A un anno e dieci mesi dall’inizio della Gerson, Laura proseguiva lo studio: alimentazione igienista, libri su libri, pratica spirituale. Mi disse che portare avanti la terapia in modo così rigido stava diventando difficile: avrebbe cambiato strategia con crudismo e semidigiuno di 16 ore, alternati a periodi di digiuno. Viaggiava come un treno: studiava e sperimentava su di sé.

Trovammo una comunità buddhista attiva anche lì. Laura ebbe un’altra idea: «Per disciplinarmi davvero, apriamo casa mattina e pomeriggio a chi vuole praticare. Così creo una costanza che da sola non riuscirei ad avere». Sorrisi: non mi sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere, ma dissi sì. Ogni giorno persone nuove e conosciute entravano in casa nostra: a volte faticoso, alla lunga prezioso.

La voce del nostro rientro si sparse. In tanti — amici di amici — cercavano consigli per sé o per persone care con il cancro. Fu un periodo toccante e stancante, soprattutto per Laura. Viaggiammo molto per portare conforto e speranza. Ne ricavai alcune impressioni nette:

  • Per molti, il cambiamento alimentare è lo scoglio più duro: anche quando ne comprendono l’utilità, tornano alle abitudini di sempre.
  • C’è chi sceglie la chemioterapia convinto che sia la via più rapida per ricominciare “come prima”.
  • C’è tanta ignoranza di contesto: persone che non hanno mai incontrato informazioni diverse, o che per età e cultura si affidano solo e completamente ai medici.

Poche persone hanno la motivazione, il coraggio e la fortuna di cambiare davvero. Dopo numerosi incontri, decidemmo di ridurre al minimo quell’impegno: drenava le forze di Laura e le nostre già scarse risorse economiche. Il lavoro scarseggiava per tutti e la mia età non aiutava. Anche promesse amicali di impiego sfumarono: belle parole, pochi fatti. Mi ferì, ma imparai un’altra lezione: l’aiuto arriva — sì — ma non sempre da dove te l’aspetti.

Che viaggio. Qui entriamo nel cuore della trasformazione: il perdono, il karma, la guarigione verificata, la frattura col sistema sanitario, e poi la vocazione che diventa progetto (conferenze, residenziali, Sardegna). Ho ripulito e strutturato il tuo testo in due capitoli consecutivi, mantenendo fatti ed emozioni e rendendolo scorrevole da eBook.

Il perdono, la prova, la conferma

Ero euforico: promesse di lavoro, segnali buoni. Poi, all’improvviso, la liquidazione: frasi contorte, capriole lessicali. Restai stordito, ammutolito, chiudendo la conversazione con una misteriosa cordialità. Soffrii in silenzio.
Col tempo, ripensando a parole, dinamiche, emozioni — rilette alla luce di una pratica spirituale ancora acerba — compresi i perché di quei voltafaccia. Mi rasserenai. Compresi. Perdonai.

Il perdono non è debolezza. È una virtù che ci alleggerisce dal peso del risentimento e ci rende più liberi, più forti. E il karma non è una superstizione di contorno: se lo si studia davvero, aiuta ad attraversare le vicende della vita con più lucidità e meno rancore. In questi due temi ho trovato un conforto reale.

Faccio un passo indietro. Ospiti dai miei, riuscii a convincere Laura — contro la sua riluttanza e per tranquillità di tutti — a fare i marker tumorali. Lei diceva di conoscere perfettamente il suo corpo e di non voler più mettere piede in ospedali, se non per urgenze. Aveva fatto pace con sé, corpo e psiche. Accettò di accontentarmi.
Quando lessi i risultati, piansi come un bambino: confermavano ciò che lei aveva promesso e costruito con disciplina, fede e pratica.

Ricordo il dottor David — il nostro primo angelo all’ospedale. Vennero a trovarci dopo l’unico ciclo di chemioterapia. Appena Laura disse che avrebbe interrotto i cicli scegliendo una strada alternativa, gli si gelò lo sguardo. Disapprovazione netta, parole dure: «Non si salverà». Andò via lasciandoci feriti.
In ospedale, dopo aver comunicato la scelta, i tempi si allungarono “magicamente”. Perfino la rimozione del port venne posticipata senza ritegno, come punizione non detta. Per dire.

Intanto Laura rifioriva: capelli che ricrescevano, volto ringiovanito, forza che tornava. Una nota amara: molte persone che ci avevano cercato per consigli iniziarono a mancare. Prevedibile, eppure doloroso. A me fa bene pensare che tutto abbia un senso dentro il karma.

Cominciai a gestire un garage: poco, ma utile. Laura, intanto, cercava un lavoro allineato al suo nuovo stile di vita e al cammino spirituale. La risposta arrivò — come spesso accadeva — in meditazione:
«Tesoro, è tempo di trasmettere ciò che ho imparato: digiuno, igienismo, consapevolezza.»

Iniziammo dal piccolo: una conferenza nel salone di un’amica (dieci, tredici persone). Un seme. Altre seguirono. Un B&B vicino ci offrì una sala gratuitamente: noi portavamo gente, loro visibilità. Le conferenze crescevano; Laura parlava senza appunti, con naturalezza e professionalità. Studiava, sperimentava, imparava.
Aprì una pagina Facebook e un blog: Guarire se stessi. Ma si rese conto che molti, pur motivati, non riuscivano a cambiare abitudini da soli. Serviva una location per piccoli percorsi residenziali.

All’inizio lavorammo spesso gratis: qualcuno ci diede dei pazzi. Ma se credi in un progetto e non hai mezzi, ti sacrifici. Poi passammo alle offerte libere: piano piano, il progetto prese corpo. Stanchezza, delusioni, ma anche tante soddisfazioni.

Organizzammo persino un Capodanno alternativo nel B&B: cena vegana, campane tibetane, sale e stanze piene. Un successo. Eppure, come spesso accade, con i primi risultati arrivarono le pretese: incomprensioni con il gestore e strade che si separano. Portai conforto a Laura: conoscevo queste dinamiche. Si va avanti.

La Sardegna, la casa, il lavoro interiore

Cercavamo una casa dove ospitare i percorsi. Una cara amica sarda ci parlò di una grande abitazione di famiglia, disabitata da decenni, in provincia di Oristano. La parola Sardegna per Laura è un incantesimo: le brillano gli occhi.
Io frenai: «E il lavoro? E i costi? E i tempi?» Raggiungemmo un compromesso: lei sarebbe andata a vedere; se fattibile, mi avrebbe chiamato.

Tornò entusiasta: «Si può fare.»
Partii a metà marzo. Il proprietario ci diede un monolocale a Oristano; ogni mattina andavamo in paese, su in montagna, a lavorare sulla casa. Al primo impatto, mi misi le mani nei capelli: disastrata. L’accordo con gli operai sfumò; rimanemmo noi e il proprietario. Due mesi fino all’imbrunire, tra ritardi e incomprensioni.
Restammo tutta la stagione. A fine settembre tornammo a Roma: era chiaro che per il proprietario fossimo stati una soluzione “economica” per rimettere in sesto l’immobile. Lo avevo messo in conto.

Eppure, fu bellissimo: arrivarono persone dall’estero e tanti sardi. Con chi poteva, escursioni al mare o al fiume sulfureo; luoghi semplici e curativi. Conoscemmo Gesuino (da Cagliari), che è rimasto un amico vero; David, un giovane che ci visita ancora e prova, tra difficoltà, a migliorare l’alimentazione.
Laura tenne due conferenze molto partecipate: una a Bonarcado (grazie a Lucy, insegnante di yoga), l’altra vicino a Cagliari (in una sala messa a disposizione da un igienista amico di Gesuino). Pranzo vegano, professionalità e naturalezza: il pubblico apprezzò. Sapevo quanto valeva Laura: era solo questione di tempo.

Prima di rientrare a Roma bisognava trovare una casa, anche provvisoria. Arrivò — di nuovo — la risposta: una praticante ci offrì un appartamento a Valmontone a un prezzo sostenibile. Lo sistemammo e cominciammo a ospitare anche lì.
Anch’io provai il digiuno: con l’alimentazione vegana già avviata, sentii un detox potente. Laura stava benissimo: pratiche costanti, volto sempre più giovane. Da quando eravamo tornati in Italia, non abbiamo mai avuto un medico di base. E, grazie a Dio, non ne abbiamo avuto bisogno.

che pezzo intenso! ho lavorato il tuo testo in chiave eBook — pulito, scorrevole, coerente con lo stile dei capitoli precedenti. ho mantenuto tutti i fatti e la voce emotiva, limando ripetizioni e colloquialismi troppo “parlati”. ecco la resa proposta (puoi incollarla direttamente nel manoscritto).

Il sogno nel bosco

A Valmontone, tra una conferenza e l’altra, Laura fu invitata a parlare all’A.V.A. – Associazione Vegan Animalista di Roma. Finito l’intervento, le si avvicinò un signore: aveva visto il suo sito pochi giorni prima, era rimasto colpito e voleva coinvolgerci in un progetto che stava covando da tempo.

Andammo a trovarlo: una casa nel bosco, vicino Subiaco. Visione suggestiva, progetto affascinante; ci chiese di farne parte. Dopo accordi precisi, ci trasferimmo e rendemmo accogliente la nostra area. Poi, come già capitato altrove, gli accordi cambiarono. E mi tornò in mente una domanda che conosco bene: com’è possibile sabotare progetti buoni per tutti, per sciocchezze di ego e incoerenza?

In extremis cominciammo comunque ad accogliere ospiti. Le casette nel bosco piacevano, le passeggiate mattina e pomeriggio erano un balsamo, e organizzammo conferenze aperte a tutti con pranzi vegan e momenti musicali con alcuni devoti: si cantava, si suonava, ci si ritrovava.
Il clima, però, era spesso umido e freddo; il bosco in montagna ha un suo microclima, e a un chilometro di distanza sembrava un altro mondo. Le criticità gestionali e meteo si sommarono. Decidemmo: basta dipendere da altri; era ora di una casa in affitto tutta nostra.

A settembre ritagliammo due giorni per cercarla tra Nettuno e Velletri. Il mare per noi era un salvavita, ma l’unica soluzione praticabile — tempi stretti, lavoro a Roma due volte a settimana — fu una villa a Velletri. Prendemmo le chiavi e partì l’ennesimo trasloco, organizzato al millimetro mentre ospitavamo ancora persone: l’inverno nel bosco arrivava presto e le strutture non erano pronte.

Fu un’esperienza d’oro: problemi che insegnano, volti che restano, amicizie nuove. Ho visto di nuovo quanto il digiuno sia potente e quanto il corpo sappia autoguarirsi se lo metti nelle condizioni giuste — e se dopo il digiuno cambi davvero stile di vita.

Con gli ospiti arrivavano storie molto diverse: chi cercava solo di dimagrire, chi desiderava una pausa dal tran-tran e si immaginava una mezza vacanza (creando comportamenti poco idonei), vegani in buona fede ma mal combinatori (seitan, tofu eccessivi), e persino qualcuno che mangiava di nascosto in auto. Li capisco. Cambiare abitudini decennali non è semplice. Laura li incontrava uno ad uno con una pazienza disarmante: la sera crollava sfatta, ma al mattino, come sempre, era lì con i suoi mantra, pronta a ricominciare.

Nel tempo Laura lasciò il buddhismo che aveva praticato: non le risuonava più, specie per il tema alimentare. Cercava un ambiente in linea con etica, igienismo e natura. Per un periodo seguì lo zen; poi, grazie a un incontro alla Caitanya Academy di Artena, abbracciò la via Vaishnava (Hare Krishna). Quella pratica le parlò al cuore: prese rifugio in un maestro, ricevette un’iniziazione e, appena poté, partì per l’India. La sua serenità fece un salto di qualità: studi, disciplina, pace profonda.

Casa nostra, finalmente

Il trasloco a Velletri andò bene. Mentre facevo su e giù col camion pieno di mobili, un amico portava i nostri ospiti al mare per darci il tempo di sistemare stanze e spazi nella stessa giornata.
La casa è ampia: due piani, sala hobbies con bagno da noi ideato, un appartamentino al piano terra; al primo piano quattro camere, bagno e cucina; un terrazzo coperto impagabile d’estate; terreno con parcheggio. Le spese ci spaventavano, ma — finalmente — non dovevamo più rendere conto a nessuno.

È passato più di un anno: tante persone sono venute, alcune tornano più volte l’anno. Le loro recensioni, spesso inaspettate e commoventi, scaldano il cuore di Laura e confermano il senso di ciò che fa: piantare semi su tre piani — alimentare, mentale, spirituale. «Allinearli è indispensabile — ripete — curarne uno solo non basta».
Oggi si prende 2 settimane di pausa ogni 3–4 mesi per ricaricarsi, e dice no quando è giusto farlo. Esperienza insegna.

Il programma tipico: passeggiata del mattino, yoga, meditazioni; nel pomeriggio di nuovo cammino e meditazione, video tematici, e la lezione di Laura con domande e risposte. Chi desidera, si ferma ad approfondire la parte spirituale. Nessuno è obbligato: ognuno ha i propri tempi.

Dal canto mio, consapevole dei miei limiti di costanza, mi sono iscritto alla Scuola di Igienismo del maestro Valdo Vaccaro: esperienza che consiglio, perché chiarisce concetti chiave e rende i cambiamenti più abbordabili.

Laura oggi è in gran forma: continua a studiare su corpo, mente e spirito.

Cosa ho imparato 

La guarigione di Laura non è stato un colpo di fortuna. È stata l’unione di molti fattori:

  • Volontà e certezza interiore nella strada scelta.
  • Coerenza nel seguire i protocolli decisi, senza “aggiustarli” a piacere.
  • Pratica spirituale quotidiana per pulire la mente, mantenere lucidità e pace nelle decisioni.
  • Riduzione dei rumori mentali (niente TV, radio, stampa) e ascolto profondo.
  • Riposo, sole, mare, clima favorevole quando possibili — una “ciliegina”, non una scusa: i miglioramenti veri erano iniziati in casa, con dieta ferrea e poi digiuni.

Ne esce una verità semplice: siamo ciò che mangiamo, pensiamo e facciamo. Più curiamo questi tre domini, più aumentiamo le possibilità di vincere i nostri mali. Nei casi gravi serve agire in fretta; negli altri, c’è spazio per transizioni graduali ma costanti.

Questa è una testimonianza personale. Non è medicina né sostituisce diagnosi o terapie. Ognuno scelga consapevolmente e si confronti con professionisti di fiducia. Io ho capito che, da soli, si fa poco; insieme, cooperando, si raggiunge l’inimmaginabile.

Grazie  Massimo.

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